Vi racconto “Teste di Rapa”

Silvia, Giuliano e Mattia sono tre giovani veronesi che si sono rimboccati le maniche e hanno fatto diventare un sogno qualcosa di concreto, che sa di frutta, verdura, e di tutti quei prodotti delle terre locali che hanno bisogno di essere valorizzati e che piace ala gente avere sulle proprie tavole per condividerne la bontà e la genuinità. Nasce, quindi, Teste di Rapa e in un’intervista tripla ci raccontano di cosa si tratta.

Come nasce l’idea di Teste di Rapa?

Giuliano: L’idea è l’evoluzione naturale dei valori che abbiamo da sempre condiviso, magari senza rendercene conto, nel corso della nostra lunga amicizia. Nasce prima di tutto dal valore che diamo al tempo, all’amicizia, alle cose genuine, alla cultura del nostro territorio. Nasce dal rifiuto della logica consumista, che impoverisce le persone e traduce le emozioni in freddi numeri. Durante l’ultimo anno ci siamo guardati intorno, studiando le realtà delle fattorie sociali, degli eco-villaggi, delle città in transizione. Tutte realtà fantastiche, che ci hanno entusiasmato e motivato tantissimo, ma che ci sono sembrate ancora troppo lontane da realizzare nel nostro contesto culturale. Allora abbiamo deciso che  per cominciare a trasformare tutti i nostri valori in qualcosa di tangibile e condivisibile con le persone che ci circondano bisognava partire dai bisogni essenziali e fare un passetto alla volta. E quale bisogno è più essenziale, comprensibile, condivisibile del cibo che ogni giorno mangiamo? Ecco quindi che la condivisione del cibo diventa condivisione di valori, amicizia, cultura.

Silvia: Nasce anche da una necessità: lavorare. Non lavorare è logorante, soprattutto se reduci da un percorso di studi, magari accademici. E’ logorante anche per i genitori che hanno fatto sforzi enormi per vedere i figli laurearsi. Nasce da esperienze viste in Italia e all’estero nei viaggi ed esperienze: ecovillaggi, i mercati di Londra e Roma.

Mattia: Una società sta in piedi se vengono creati legami tra le organizzazioni dei vari settori. Quando sarà possibile, il fare degli inserimenti lavorativi protetti diverrà un sostegno concreto con il lavoro alla dignità umana di persone che possono dare molto alla comunità, ma che spesso rischiano di rimanerne ai margini.

Da quali esigenze personali ed eventualmente di mercato siete partiti?

G: L’esigenza primaria era quella di restituire il giusto valore al cibo che mangiamo ogni giorno. Il cibo non è una merce qualsiasi; il cibo è vita. Mangiare è un atto naturale e culturale. Purtroppo si sta andando incontro a una “perdita del gusto”, intensa come una perdita di “sensorialità”. Il mercato approfitta di questa nostra mancanza. Molti di noi non sanno più capire quando un cibo è buono o cattivo perché hanno assaggiato solo quello cattivo oppure si sono abituati. Quando acquistiamo una pesca, per esempio, non siamo portati a pensare cosa la separa da noi e l’azienda agricola: chi è l’agricoltore, quando e dove è stata raccolta, quanto e dove è stata stoccata, come è giunta fino al supermercato. La mettiamo dentro al sacchetto e andiamo alla bilancia. Spesso paghiamo il prodotto più del dovuto, mentre il produttore riceve una remunerazione irrisoria rispetto al lavoro prestato. Una pesca prodotta in America Latina, raccolta prima della maturazione completa per essere spedita a migliaia di chilometri di distanza non può essere considerata la stessa pesca prodotta da una azienda agricola locale, raccolta nel pieno della maturazione naturale e consumata entro pochi giorni. Oggi la sensibilità delle persone sta cambiando grazie alla loro maggiore preparazione e alle maggiori fonti di informazione disponibili. Noi ci rivolgiamo a queste persone, che rifiutano di essere semplici consumatori e reclamano il loro diritto di poter scegliere del cibo genuino, sostenibile e solidale.

S: Tutti e tre abbiamo un orto a casa. Quando vengono a trovarci parenti e amici durante l’estate non se ne vanno senza un sacchettino di qualche frutta o verdura. Dopo qualche giorno ci arrivano messaggi entusiasmanti che descrivono il sapore di ciò che si erano portati a casa. Anche questo ci stupiva e abbiamo cominciato a pensare a questa nostra idea. La gente ha voglia di genuinità in un mondo tecnologico anche in quei settori che non possono fare a meno della terra.

Italia Paese sull’orlo del baratro, giovani senza lavoro…voi vi siete rimboccati le maniche….perche’?

G: La vera domanda è: e perché no? Noi crediamo che il mondo di oggi abbia tanti problemi e tanti limiti, ma che offra anche infinite possibilità a chi ha la volontà di portare il suo contributo per cambiarlo in meglio. Abbiamo avuto tanti dubbi riguardo la strada da intraprendere e le scelte da fare; l’unico dubbio che non abbiamo mai avuto è quello di stare fermi a guardare. Crediamo fermamente che gli unici limiti che abbiamo sono quelli che imponiamo a noi stessi. È vero che di fronte abbiamo una crisi che ha avuto degli effetti devastanti sulle persone e sulla società, ma crediamo che grazie all’ottimismo e all’impegno nostro e di tanti altri, possiamo trasformare questa crisi in una grande opportunità di cambiamento in meglio.

S: Da novembre 2012 sono entrata in disoccupazione. Dopo un’estate a fare la portalettere mi sono concessa cinque giorni a Londra. Io amo la vita in campagna, ma quella città mi ha conquistato. Tornata a casa abbiamo deciso di mettere giù l’idea di Teste di Rapa. La scelta era: o trasferimento all’estero (e Londra aveva messo il carico da novanta) o portare avanti Teste di Rapa. Non è stata una scelta semplice. Il panorama italiano non era/è dei più rosei, ma gli affetti e l’amore per il territorio in cui vivo e studiato hanno vinto.

Teste di Rapa non deve essere visto come un mero commercio di frutta e verdura (i fruttivendoli 2.0), ma anche un indotto per l’economia locale. Per le aziende agricole a conduzione famigliare, per invogliare i giovani delle famiglie a restare in azienda, ed essere custodi dell’esperienza dei padri e dei nonni.

M: La materia sta in piedi perchè le molecole creano legami e gli atomi sono in movimento. Allo stesso modo la società. Noi non vogliamo assistere, ma partecipare attivamente con il nostro contributo lavorativo e soprattutto culturale, relazione e umano.

Un consiglio a chi volesse intraprendere una strada simile alla vostra?

Prima di tutto, bisogna ascoltarsi e capire quello che veramente si vuole fare. Nessun progetto, per quanto bello, può reggere se non si è intimamente convinti. Poi, bisogna ascoltare chi ci sta intorno, informarsi, essere curiosi. Capire se l’idea è fuori del mondo oppure ha del potenziale. Non bisogna avere fretta all’inizio: meglio spendere un po’ di tempo a capirsi per bene che trovarsi poi su un treno che porta in una direzione sbagliata. Una volta messa a fuoco l’idea, bisogna poi studiare attentamente i numeri e mettere giù un business plan, magari facendosi aiutare da qualche esperto. Ci sono innumerevoli cose a cui stare attenti e, partendo da zero, si rischia di tralasciare le più importanti. Una cosa fondamentale: fare i conti una, due, tre volte, ma senza che i numeri diventino l’obiettivo principale. Il motore di tutti, infatti, è l’entusiasmo, che deve essere trasmesso e moltiplicato. Se si fa soffocare l’entusiasmo dai numeri, che sono certamente importantissimi, magari si perde la visione che un giorno è arrivata come un’illuminazione.

S: Informatevi, studiate, ascoltate, siate curiosi, viaggiate, fatevi aiutare e non mollate mai. Gli ostacoli saranno molti e non finiranno mai, quindi siate positivi e guardare avanti.

Un augurio che fate a voi stessi e alla vostra generazione?

G: Quello che più di tutto ci auguriamo è riuscire a vivere serenamente, con la gioia di fare di quello che si è scelto, con la soddisfazione di lavorare per un obiettivo positivo. Le generazioni che ci hanno preceduto troppo spesso si sono perse nella ricerca di quello che dovrebbe un mezzo per vivere serenamente, senza accorgersi che per farlo hanno perso di vista il loro vero obiettivo. Noi, generazione sulla carta precaria e sfortunata, abbiamo in realtà l’opportunità di recuperare il vero valore delle cose.  Non possiamo lasciarcela scappare

S: non abbiate paura di fare cose diverse da quello per cui avete studiato. Fate quello che vi piace, mettete in pratica un vostro sogno. A noi Teste di Rapa auguro un futuro come produttori, oltre che come commercianti (fruttivendoli 2.0), magari in una fattoria sociale, con il coinvolgimento attivo di persone con diversi tipi di difficoltà (reinserimenti lavorativi di ex tossici dipendenti, disabili, ecc…). Per non fermare la nostra esperienza al solo “commercio”, ma che sia una relazione con le persone con cui andremo a relazionarci.

M: La Terra e la terra sono un grande paese che dà molte opportunità. Incamminiamoci e aiutiamoci a vicenda per il bene comune.

2013-11-15T14:38:01+00:00 15 novembre 2013|Senza categoria|